Perché la sofferenza psicologica può diventare una doppia sofferenza
Comprendere ciò che stiamo vivendo non elimina il dolore, ma può ridurre la solitudine, il giudizio verso noi stessi e la sensazione di non essere compresi.
Progetto Quando la mente soffre
Psicologia clinica e neuroscienze per comprendere ciò che stai vivendo.
Ogni persona, nel corso della propria vita, può attraversare momenti in cui qualcosa sembra cambiare profondamente. Può comparire un’ansia inattesa, una tristezza persistente, un senso di vuoto, la sensazione di vivere con il pilota automatico o di non riconoscersi più.
Ci sono persone che rimangono sedute qualche minuto in macchina prima di entrare al lavoro, sperando che quella tensione si attenui. Altre sorridono durante una cena con gli amici mentre dentro si sentono completamente svuotate. Altre ancora si svegliano nel cuore della notte con una domanda che ritorna sempre uguale: «Che cosa mi sta succedendo?»
Queste esperienze hanno forme diverse. Possono accompagnare un periodo di ansia, una depressione, un lutto, un trauma o una fase della vita particolarmente complessa. Al di là delle differenze, però, molte persone raccontano qualcosa di sorprendentemente simile: non è soltanto il dolore a spaventarle, ma il fatto di non riuscire più a comprenderlo.
Quando non riusciamo a dare un significato a ciò che stiamo vivendo, la mente cerca comunque una spiegazione. È una tendenza naturale: abbiamo bisogno di costruire un senso intorno alle nostre esperienze. Nei momenti di maggiore vulnerabilità, però, la spiegazione scelta è spesso la più severa. Pensieri come «Sono diventatə debole», «Sto esagerando» oppure «Forse c’è qualcosa di sbagliato in me» possono trasformarsi rapidamente nel modo abituale di interpretare ciò che accade.
Alla sofferenza iniziale può aggiungersene una seconda. La prima è il dolore dell’esperienza: l’ansia, la tristezza, la paura, il lutto, il senso di vuoto. La seconda nasce quando quel dolore perde significato. Quando iniziamo a giudicarci per ciò che proviamo, quando pensiamo di essere sbagliati e quando smettiamo di riconoscerci.
Spesso, in questa fase, ci rivolgiamo alle persone più vicine. Chi ascolta desidera quasi sempre aiutare e lo fa con le parole che ha a disposizione: «Vedrai che passerà.» «Devi reagire.» «Non pensarci troppo.» Sono frasi animate dalle migliori intenzioni. Tuttavia, chi soffre non sempre sta cercando una soluzione immediata. Molto spesso sta cercando qualcuno che lo aiuti a dare un significato a ciò che sta vivendo.
Quando questa comprensione manca, può comparire una forma particolare di solitudine. Non quella di chi è solo, ma quella di chi sente che la propria esperienza rimane invisibile. Nella pratica clinica questo vissuto emerge con grande frequenza: molte persone raccontano che il momento più difficile non è stato soltanto convivere con il dolore, ma sentirsi progressivamente estranee a sé stesse e, allo stesso tempo, incomprese dalle persone a cui volevano bene.
La psicologia clinica e le neuroscienze mostrano che emozioni, pensieri, corpo e relazioni si influenzano continuamente. Le esperienze psicologiche non nascono nel vuoto: prendono forma all’interno della storia personale, delle relazioni significative e dei processi con cui il cervello e l’organismo cercano costantemente di adattarsi a ciò che accade.
Comprendere questo non elimina automaticamente la sofferenza. Non cancella un lutto, non fa scomparire un attacco di panico e non risolve una depressione. Può tuttavia modificare profondamente il modo in cui guardiamo a ciò che ci sta accadendo.
La domanda smette lentamente di essere «Che cosa c’è di sbagliato in me?» e diventa «Che cosa sta cercando di raccontarmi questa esperienza?»
Non è una semplice differenza di linguaggio. È un cambiamento di prospettiva. Il giudizio può lasciare spazio alla curiosità, la vergogna alla comprensione e la paura alla possibilità di orientarsi nuovamente.
Questo è l’obiettivo di “Quando la mente soffre”: offrire strumenti, conoscenze e riflessioni che aiutino le persone a comprendere meglio la propria esperienza alla luce della psicologia clinica, delle neuroscienze e della ricerca scientifica.
Perché comprendere non elimina il dolore.
Può però impedire che il dolore si trasformi in solitudine.
Una nota sulla prospettiva proposta
Nel corso di questo progetto incontrerai spesso la distinzione tra due livelli della sofferenza. Il primo riguarda il dolore dell’esperienza stessa. Il secondo riguarda ciò che può accadere quando quel dolore perde significato, iniziamo a giudicarci e abbiamo la sensazione di non essere compresi.
Questa distinzione non rappresenta un modello diagnostico né una teoria formalmente validata. È una cornice interpretativa che integra contributi provenienti dalla psicologia clinica, dalle neuroscienze affettive, dagli studi sul significato dell’esperienza e dall’osservazione clinica.
Per approfondire
Biopsicosociale e integrazione mente-corpo-relazioni
Engel, G. L. (1977). The need for a new medical model: A challenge for biomedicine. Science, 196(4286), 129–136.
Il bisogno di significato nelle esperienze difficili
Frankl, V. E. (1946/2006). Uno psicologo nei lager. Ares.
Park, C. L. (2010). Making sense of the meaning literature: An integrative review of meaning making and its effects on adjustment to stressful life events. Psychological Bulletin, 136(2), 257–301.
Comprensione e cambiamento terapeutico
Rogers, C. R. (1957). The necessary and sufficient conditions of therapeutic personality change. Journal of Consulting Psychology, 21(2), 95–103.
Autocritica e self-compassion
Gilbert, P. (2009). The Compassionate Mind. Constable.
Neff, K. D. (2003). Self-compassion: An alternative conceptualization of a healthy attitude toward oneself. Self and Identity, 2(2), 85–101.
Neuroscienze relazionali
Siegel, D. J. (2012). The Developing Mind (2nd ed.). Guilford Press.